La difesa della biodiversità è il dilemma della carne artificiale

Mangiare meno carne e di maggiore qualità, proveniente da allevamenti estensivi e non intensivi.

Questo il mantra per ridurre l’impatto ambientale delle nostre diete. Il consumo di carne eccessivo non è certo l’unica causa di inquinamento, ma è ormai assodato che il modello di produzione necessario a rendere possibile il consumo di quei circa 80 chili all’anno a persona stimato nei Paesi industrializzati, non è più sostenibile. Non lo è in termini ambientali, non lo è in termini sociali, non lo è per la nostra salute, non lo è in termini di benessere animale, di cui solo recentemente si è tornato a parlare.

Lungo il percorso verso il “meno e meglio” da qualche anno sembra essersi spalancata la possibilità di intraprendere una strada totalmente diversa, una scorciatoia, ed è quella rappresentata dalla carne artificiale, la “carne pulita” come la chiama chi intravede nello sviluppo delle tecnologie che la rendono possibile, la conquista di un consumo di carne che non inquina e può fare a meno della macellazione.

Ma è davvero così pulita? Il dibattito è aperto. Recentemente se lo sono chiesti gli studiosi dell’università di Oxford che hanno provato ad interrogarsi sulla sostenibilità ambientale della “carne coltivata”, giungendo alla conclusione che non esistono risposte “facili” e che non è escluso che nasca una nuova industria ugualmente impattante.
Durissima la critica della sociologa Jocelyne Porcher, che in un articolo per Le Monde, ha definito la carne artificiale «un’illusione morale, poiché non serve che a promuovere gli obiettivi di industriali che mirano a controllare più da vicino ciò che consumiamo».

Scegliendo di tralasciare, per il momento, i dubbi legati al gusto, e quindi alle qualità organolettiche di questi nuovi prodotti, rimane aperto il fronte del controllo delle conoscenze. Chi controllerà il sapere le la tecnica alla base di questo nuovo modello di produzione? Che ne sarà dei saperi contadini, delle culture gastronomiche millenarie che ne derivano? Ma soprattutto che ne sarà della biodiversità, alla cui tutela siamo chiamati con forza, pena il collasso del nostro sistema agroalimentare?

La sfida è complicata e deve esserlo anche la risposta, che per Slow Food sta in un consumo di carne più consapevole, che significa mangiarne meno, da allevamenti estensivi che rispettino il benessere animale e l’ambiente.

 

Giorgia Canali

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