Ancora nelle gabbie? Una nuova società animale possibile

Ancora nelle gabbie? Una nuova società animale possibile

28/03/2019

Slow Food – che da anni si adopera per sensibilizzare gli allevatori sul tema del benessere animale – sostiene l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ECI) lanciata da Compassion in World Farming (CIWF), che chiede al Parlamento Europeo di porre fine a questo sistema di allevamento negli stati dell’Unione.

Jacopo Goracci, zootecnico, allevatore e referente del Presidio della razza maremmana, condivide di seguito un’interessante riflessione sul benessere animale.

 

Se posso essere uccel di bosco (…) non voglio diventare uccel di gabbia” pensava Renzo ne “I promessi sposi” ritenendo la vita in prigionia nettamente peggiore rispetto a quella libera. Nel 1840 Manzoni esprimeva chiaramente questo concetto: cosa è cambiato da allora?

Quando l’uomo ha accettato come eticamente tollerabile questa pessima condizione di vita? Come è possibile che in Italia il 65% delle galline ovaiole, il 95% delle scrofe partorienti e il 99% dei conigli vivano ancora in gabbia?

Credo che in questo caso, come in molti altri ancora, la legge dovrebbe venire in aiuto risolvendo quella che è una questione tecnica e morale insieme: siamo sicuri, però, che la strada indicata dalla legge rispetti il percorso emotivo dell’animale da tutelare? Direi personalmente di no. La legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali, quindi sta a noi capire – e guidare il legislatore – dove la legge che dovrebbe tutelare diviene in realtà un ostacolo, dove la legge si perde tra norme e requisiti sterili e farraginosi, dove diventa ostacolo per una transizione verso un sistema di allevamento etico.

Oggi vi è la forte necessità di una rivoluzione agricola che parta dal rinnovamento delle popolazioni contadine e degli imprenditori agricoli, i quali debbono divenire capaci di assumersi l’iniziativa dello sviluppo senza cadere nei modelli del passato industriale di crescita. Tale cambiamento deve però essere spinto e aiutato da una maggior conoscenza e consapevolezza da parte del consumatore in merito al suo potere di “indirizzare” il mercato, attraverso la scelta dei beni da acquistare, verso una produzione che metta al primo posto un’etica non superficiale.

Il mercato non ha un’etica, il cittadino, però, può e deve averla.

Viviamo sempre purtroppo nella società dell’anche: permettiamo che gli animali possano mangiare anche alimenti di bassa qualità in nome del risparmio, li manteniamo anche in luoghi per loro malsani solo per aumentarne la produttività, stipandoli in spazi angusti, sicuri che anche in queste condizioni possano crescere, trasportiamo gli animali vivi anche tra Paesi lontani e non ci preoccupiamo più di tanto delle loro ultime fasi di vita, tanto dobbiamo anche macellarli.

Io mi chiedo: ma cosa sarebbe realmente meglio per l’animale? È eticamente e socialmente corretto far fede sulla capacità di adattamento che gli animali hanno e sulla loro abilità a sopravvivere per giustificare metodi inumani di allevamento?

L’uso delle gabbie per avicoli, cunicoli, suini o anche vitelli a carne bianca può rappresentare un esempio lampante di quanto la disumanità divenga norma, di quanto lo stravolgimento delle condizioni fisiologiche ed etologiche di un animale possano essere perpetrate in nome del mero profitto. Per quanto la selezione genetica abbia cercato di creare soggetti che possano appunto sopravvivere in gabbia, sappiamo tutti molto bene che non possono esistere gabbie, per quanto ben gestite, che possano garantire un soddisfacente livello di benessere per gli animali. Vi è però un’alternativa, ce la dimostrano quotidianamente tutti quegli allevatori che della gestione etica dei loro animali fanno la loro bandiera: non parlo solo di allevamento brado con migliaia di ettari a disposizione, ma di attente e scrupolose gestioni estensive dove almeno la libertà di movimento e interazione rappresenta un prerequisito e viene quindi garantita. È il momento di cambiare, di innescare una transizione. Mangiamo troppa carne e, forse ancor peggio, proveniente da animali infelici: può essere questo sostenibile?

 

Jacopo Goracci